Nello stabile dove abitava il famoso giudice Giovanni Falcone oggi lavora un portiere d’eccellenza
Marcello Dell’Oglio è un uomo radioso, felice, elegante ma soprattutto “sereno”, come dice parlando della sua vita. “Tutti noi siamo un libro da raccontare”, aggiunge, con la bontà d’animo che lo contraddistingue. Marcello nasce nel 1961, a Palermo, suo padre Filippo fu sarto e tagliatore, e non dimentica il motto del negozio di abbigliamento della famiglia: “Dell’Oglio non ti copre, ti veste”.
Ma stando a quanto diceva il padre, Marcello non era fatto per la vita da commerciante: gli mancava la malizia. Concedeva sconti e pagamenti dilazionati, “mi immedesimavo sempre nelle situazioni degli altri”, un problema per le casse del negozio, molto meno per le amicizie, era ben voluto da tutti. Con l’arrivo dell’euro le difficoltà di mantenere aperta la bottega aumentarono, fin quando Marcello fu costretto a chiudere e a intraprendere definitivamente l’attuale carriera di portiere di condominio. Una vita dalla quale ha sin da subito saputo trarre serenità e gioia, nonostante la perdita della sua attività, che si trovava in una zona centralissima di Palermo.

Il palazzo dove lavora, poi, non è uno qualsiasi. Lo stabile di Via Notarbartolo 23 è un gran via vai di persone, innumerevoli le richieste per l’ufficio del dottor Schimmenti: “scala C, secondo piano”, risponde cordialmente Marcello. Ma il motivo per cui questo palazzo è così famoso, non se la prenda il dottor Schimmenti, è perché ci abitò un cittadino a dir poco illustre della città di Palermo: il giudice Giovanni Falcone. Falcone si scontrò con la mafia fino ad essere brutalmente assassinato il 23 maggio 1992 nell’attentato in cui persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Un fatto che tracciò una linea più che mai netta fra chi stava da una parte e chi dall’altra, cambiando la storia della città, e dell’Italia.
Il lavoro di Marcello è tutt’altro che usuale, in primo luogo per l’enorme albero che sta di fronte al palazzo: un Ficus Magnolie piantato intorno agli anni ’50, prima ancora che lo stabile venisse costruito. A piazzarlo lì fu il proprietario del terreno, ignaro della sorte che avrebbe avuto, costruendogli attorno una gabbia in cemento armato per limitarne l’espansione. Di questa specie che deriva dall’Australia ne esistono svariati esemplari in giro per Palermo, addirittura quello di Piazza Marina è considerato l’albero più grande d’Europa, ma nessuno ha avuto la sorte di questo.
Nonostante la gabbia, l’albero continua a prosperare, non solo in quanto a radici, foglie e rami. Qualche giorno dopo la morte del famoso giudice, si narra che una signora lasciò un biglietto indirizzato alla memoria del giudice, appendendolo all’albero. Da lì, nacque una tradizione che dura tutt’ora, l’Albero Falcone, come venne ribattezzato, è divenuto meta per chi vuole lasciare, attaccato al suo tronco o ai suoi rami, un ricordo, una poesia, una foto o una frase dedicata alla lotta alla mafia. Di fronte l’albero si svolge poi ogni anno la grande manifestazione in memoria della strage del 23 maggio. “Lavoro triplo” per Marcello: ospiti famosi affollano la portineria e alla fine dell’evento c’è molto più del solito da pulire.

C’è un altro motivo per cui il palazzo è famoso, non a caso Marcello è stato intervistato dalle più importanti testate italiane. La sua portineria, grazie a lui, è diventata una biblioteca, anche se mancano un registro e la catalogazione dei libri. Il bibliotecario è lui, l’ha creata nel 2018 portando alcuni dei libri che aveva in casa, poi i condomini ne hanno aggiunti tanti altri, il risultato è che nell’androne ci sono circa un migliaio di volumi a disposizione di tutti, condomini e passanti. Tanti gli aneddoti, fra chi voleva acquistare a tutti i costi una copia e chi, invece, se l’è svignata con un libro senza mai più tornare. Nella biblioteca non manca una zona dedicata interamente alla mafia.
Verso la fine del nostro incontro, Marcello mi racconta di come all’albero, un paio d’anni fa, sia stata fatta una “risonanza magnetica”, un esperimento che si è svolto all’una di notte, coinvolgendo numerosi esperti e bloccando la strada. L’albero è stato agganciato da un camion che, tirando verso di sé i rami, ha verificato il suo perfetto stato di salute. “Tira, tira!”, gridava l’esperto all’uomo che governava le funi dal camion, e l’albero teneva alla grande. Un altro accertamento è stato fatto sulle radici, che si sono rivelate profonde circa 60 centimetri, dimensioni minime per un albero così grande, le altre “non si sa dove vanno”, ci dice Marcello. Curiosa metafora di una città che troppe volte è stata tediata dal sopruso mafioso: l’Albero Falcone c’è, e non si sa fin dove arriva.
Qualche anno fa Marcello è stato insignito di un premio alla cultura. “Io! Che non sono nessuno!”, esclama sarcastico. Nella sua memoria risuonano ancora le parole dei suoi superiori durante la leva militare: “Dell’Oglio, che te ne devi fare del negozio! Sei tagliato per la vita militare”. Ricordi che riaffiorano come piccoli rimorsi. Ci permettiamo di dissentire con il generale, e siamo felici che in Via Notarbartolo 23 ci sia quest’uomo vestito di tutto punto a indicare piano e scala degli uffici, a salutare chi passa, a prestare libri consapevole che spesso non ritorneranno. A curare la memoria dell’Albero Falcone.